
6) Il mito della biga alata.
Platone parla del mito come di un aiuto alla Ragione quando questa
deve affrontare argomenti - come quello della natura dell'anima -
che sfuggono a una trattazione rigorosamente logico-razionale. La
natura dell'anima, quindi,  descritta attraverso uno dei miti pi
famosi: quello della biga alata, in cui l'auriga e i due cavalli
rappresentano gli elementi dell'anima in azione. Parla Socrate,
che riferisce un discorso del poeta Stesicoro.
Fedro, 246 a-249d (vedi manuale pagine 91. 92 e 95).
1   [246 a] [...] Dell'immortalit dell'anima s' parlato
abbastanza, ma quanto alla sua natura c' questo che dobbiamo
dire: definire quale essa sia, sarebbe una trattazione che
assolutamente solo un dio potrebbe fare e anche lunga, ma parlarne
secondo immagini  impresa umana e pi breve. Questo sia dunque il
modo del nostro discorso. Si raffiguri l'anima come la potenza
d'insieme di una pariglia alata e di un auriga. Ora tutti i
corsieri degli di e i loro aurighi [b] sono buoni e di buona
razza, ma quelli degli altri esseri sono un po' s e un po' no.
Innanzitutto, per noi uomini, l'auriga conduce la pariglia; poi
dei due corsieri uno  nobile e buono, e di buona razza, mentre
l'altro  tutto il contrario ed  di razza opposta. Di qui
consegue che, nel nostro caso, il compito di tal guida  davvero
difficile e penoso. Ed ora bisogna spiegare come gli esseri
viventi siano chiamati mortali e immortali. Tutto ci che  anima
si prende cura di ci che  inanimato, e penetra per l'intero
universo assumendo secondo i luoghi forme [c] sempre differenti.
Cos, quando sia perfetta ed alata, l'anima spazia nell'alto e
governa il mondo; ma quando un'anima perde le ali, essa precipita
fino a che non s'appiglia a qualcosa di solido, dove si accasa, e
assume un corpo di terra che sembra si muova da solo, per merito
della potenza dell'anima. Questa composita struttura d'anima e di
corpo fu chiamata essere vivente, e poi definita mortale. La
definizione di immortale invece non  data da alcun argomento
razionale; per noi ci preformiamo il dio, [d] senza averlo mai
visto n pienamente compreso, come un certo essere immortale
completo di anima e di corpo eternamente connessi in un'unica
natura. Ma qui giunti, si pensi di tali questioni e se ne parli
come  gradimento del dio. Noi veniamo a esaminare il perch della
caduta delle ali ond'esse si staccano dall'anima. Ed  press'a
poco in questo modo.
2   La funzione naturale dell'ala  di sollevare ci che  peso e
di innalzarlo l dove dimora la comunit degli di; e in qualche
modo essa partecipa del divino pi delle altre cose che hanno
attinenza con il corpo. Il divino  [e] bellezza, sapienza, bont
ed ogni altra virt affine. Ora, proprio di queste cose si nutre e
si arricchisce l'ala dell'anima, mentre dalla turpitudine, dalla
malvagit e da altri vizi, si corrompe e si perde. Ed eccoti Zeus,
il potente sovrano del cielo, guidando la pariglia alata, per
primo procede, ed ordina ogni cosa provvedendo a tutto. A lui vien
dietro l'esercito degli di e dei demoni ordinato in undici [267
a] schiere: Estia rimane sola nella casa degli di. Quanto agli
altri, tutti gli di, che nel numero di dodici sono stati
designati come capi, conducono le loro schiere, ciascuno quella
alla quale  stato assegnato. Varie e venerabili sono le visioni e
le evoluzioni che la felice comunit degli di disegna nel cielo
con l'adempiere ognuno di essi il loro compito. Con loro vanno
solo quelli che lo vogliono e che possono, perch l'Invidia non ha
posto nel coro divino. Ma, eccoti, quando si recano ai loro
banchetti e festini, salgono [b] per l'erta che mena alla sommit
della volta celeste; ed  agevole ascesa perch per le pariglie
degli di sono bene equilibrate e i corsieri docili alle redini;
mentre per gli altri l'ascesa  faticosa, perch il cavallo
maligno fa peso, e tira verso terra premendo l'auriga che non
l'abbia bene addestrato. Qui si prepara la grande fatica e la
prova suprema dell'anima. Perch le anime che sono chiamate
immortali, quando sian giunte al sommo della volta celeste, si
spandono fuori e si librano sopra il dorso del cielo: e l'orbitare
del cielo le trae attorno, cos librate, ed esse [c] contemplano
quanto sta fuori del cielo.
3   Questo sopraceleste sito nessuno dei poeti di quaggi ha
cantato, n mai canter degnamente. Ma questo ne  il modo, perch
bisogna pure avere il coraggio di dire la verit soprattutto
quando il discorso riguarda la verit stessa. In questo sito
dimora quella essenza incolore, informe ed intangibile,
contemplabile solo dall'intelletto, pilota dell'anima, quella
essenza che  scaturigine della [d] vera scienza. Ora il pensiero
divino  nutrito d'intelligenza e di pura scienza, cos anche il
pensiero di ogni altra anima cui prema di attingere ci che le 
proprio; per cui, quando finalmente esso mira l'essere, ne gode, e
contemplando la verit si nutre e sta bene, fino a che la
rivoluzione circolare non riconduca l'anima al medesimo punto.
Durante questo periplo essa contempla la giustizia in s, vede la
temperanza, e contempla la scienza, ma non quella [e] che  legata
al divenire, n quella che varia nei diversi enti che noi
chiamiamo esseri, ma quella scienza che  nell'essere che
veramente . E quando essa ha contemplato del pari gli altri veri
esseri e se ne  cibata, s'immerge di nuovo nel mezzo del cielo e
scende a casa: ed essendo cos giunta, il suo auriga riconduce i
cavalli alla greppia e li governa con ambrosia e in pi li
abbevera di nettare.
4   [248 a] Questa  la vita degli di. Ma fra le altre anime,
quella che meglio sia riuscita a tenersi stretta alle orme di un
dio e ad assomigliarvi, eleva il capo del suo auriga nella regione
superceleste, ed  trascinata intorno con gli di nel giro di
rivoluzione; ma essendo travagliata dai suoi corsieri, contempla a
fatica le realt che sono. Ma un'altra anima ora eleva il capo ora
lo abbassa, e subendo la violenza dei corsieri parte di quelle
realt vede, ma parte no. Ed eccoti, seguono le altre tutte
agognanti quell'altezza, ma poich non ne hanno la forza,
sommerse, sono spinte qua e l e cadendosi addosso si calpestano a
vicenda nello sforzo di sopravanzarsi l'un l'atra. Ne conseguono
[b] scompiglio, risse ed estenuanti fatiche, e per l'inettitudine
dell'auriga molte rimangono sciancate e molte ne hanno infrante le
ali. Tutte poi, stremate dallo sforzo, se ne dipartono senza aver
goduto la visione dell'essere e, come se ne sono allontanate, si
cibano dell'opinione. La vera ragione per cui le anime si
affannano tanto per scoprire dove sia la Pianura della Verit 
che l in quel prato si trova il pascolo congeniale alla parte
migliore dell'anima [c] e che di questo si nutre la natura
dell'ala, onde l'anima pu alzarsi. Ed ecco la legge di Adrastea.
Qualunque anima, trovandosi a seguito di un dio, abbia contemplato
qualche verit, fino al prossimo periplo rimane intocca da dolori,
e se sar in grado di far sempre lo stesso, rimarr immune da
mali. Ma quando l'anima, impotente a seguire questo volo, non
scopra nulla della verit, quando, in conseguenza di qualche
disgrazia, divenuta gravida di smemoratezza e di vizio, si
appesantisca, e per colpa di questo peso perda le ali e precipiti
a terra, allora la legge vuole che questa anima non si trapianti
in alcuna natura ferina [d] durante la prima generazione; ma
prescrive che quella fra le anime che pi abbia veduto si
trapianti in un seme d'uomo destinato a divenire un ricercatore
della sapienza e del bello o un musico, o un esperto d'amore; che
l'anima, seconda alla prima nella visione dell'essere s'incarni in
un re rispettoso della legge, esperto di guerra e capace di buon
governo; che la terza si trapianti in un uomo di stato, o in un
esperto d'affari o di finanze; che la quarta scenda in un atleta
incline alle fatiche, o in un medico; che la [e] quinta abbia una
vita da indovino o da iniziato; che alla sesta le si adatti un
poeta o un altro artista d'arti imitative, alla settima un operaio
o un contadino, all'ottava un sofista o un demagogo, e alla nona
un tiranno

5   Ora, fra tutti costoro, chi abbia vissuto con giustizia riceve
in cambio una sorte migliore e chi senza giustizia, una sorte
peggiore. Ch ciascuna anima non ritorna al luogo stesso da cui
era partita prima di diecimila anni-giacch non mette ali in un
tempo minore-tranne [249 a] l'anima di chi ha perseguito con
convinzione la sapienza, o di chi ha amato i giovani secondo
quella sapienza. Tali anime, se durante tre periodi di un
millennio hanno scelto, sempre di seguito, questa vita filosofica,
riacquistano per conseguenza le ali e se ne dipartono al termine
del terzo millennio. Ma le altre, quando abbiano compiuto la loro
prima vita, vengono a giudizio, e dopo il giudizio, alcune
scontano la pena nelle prigioni sotterranee, altre, alzate dalla
Giustizia in qualche sito celeste, ci vivono cos come hanno
meritato dalla loro vita, passata in forma umana. [b] Allo scadere
del millennio, entrambe le schiere giungono al sorteggio e alla
scelta della seconda vita; ciascuna anima sceglie secondo il
proprio volere:  qui che un'anima pu passare in una vita ferina
e l'anima di una bestia che una volta sia stata in un uomo pu
ritornare in un uomo. Giacch l'anima che non abbia mai visto la
verit non giunger mai a questa nostra forma. Perch bisogna che
l'uomo comprenda ci che si chiama Idea, passando da una
molteplicit di sensazioni ad una unit organizzata dal [c]
ragionamento. Questa comprensione  reminiscenza delle verit che
una volta l'anima nostra ha veduto, quando trasvolava al seguito
d'un dio, e dall'alto piegava gli occhi verso quelle cose che ora
chiamiamo esistenti, e levava il capo verso ci che veramente .
Proprio per questo  giusto che solo il pensiero del filosofo sia
alato, perch per quanto gli  possibile sempre  fisso sul
ricordo di quegli oggetti, per la cui contemplazione la divinit 
divina. Cos se un uomo usa giustamente tali ricordi e si inizia
di continuo ai perfetti misteri, diviene, egli solo, veramente
perfetto; e [d] poich si allontana dalle faccende umane, e si
svolge al divino,  accusato dal volgo di essere fuori di s, ma
il volgo non sa che egli  posseduto dalla divinit. [...].

 (Platone, Opere, volume I, Laterza, Bari, 1967, pagine 752-758).

